Pollicino

Sto assaporando il primo caffè della mattina, mentre il chiacchiericcio del mercato diventa via via più animato e rumoroso, quando proprio lì, tra un gambo di sedano e un cespo di trevisana, la rivedo.
O meglio, la riconosco, perché a dire il vero, oggi, di lei si vede poco. Un turbante colorato le nasconde i capelli, ma quel rosso tiziano che ho incontrato un mese fa in aeroporto, adesso le scappa da ogni fibra di tessuto, seminando per strada inconsapevoli briciole di sensualità e fascino.
Improvvisamente mi viene fame.
Vesto i panni di Pollicino e decido di raccoglierle.

Grandi occhiali scuri le schermano il volto, ma non la piega arrogante di un sorriso che sta a metà strada tra disprezzo e incredulità. I piedi ben piantati per terra e le gambe divaricate davanti al banco della verdura preannunciano lo scontro. Solleva secca il mento e sibila tra i denti:

– Carote a due euro al chilo? Follia!-

Se la prende con l’ortolano, lo minaccia di non tornare mai più, lo insulta con un paio di epiteti che fanno rima con ladro e furfante. Mi aspetto, da un momento all’altro, che quello le rovesci la cesta di carote addosso. Invece niente. Tace e la guarda. Tace nella sua infinita pazienza di contadino senza muovere neanche un muscolo. Cementificato nella posa statuaria dei catatonici.
Lei lo incalza senza alzare il tono della voce, ma spostando il mento due dita più in alto.

-Faccio più di cento chilometri per venire qui ogni settimana a scegliere gli ortaggi migliori del mondo per il mio ristorante e che cosa trovo? Spazzatura! Nient’altro che scarti. Ecco cosa trovo!-

Intorno al banco del mercato si è creato uno spazio vuoto, ma non è per via delle parole taglienti che sgorgano senza incontrare ostacoli tra le sue labbra. Se non facessi attenzione ai dettagli potrei pensare che la donna col turbante stia raccontando al verduriere l’ultima avvincente puntata dell’Isola dei Famosi. Ma io leggo gli sguardi, le pieghe dei volti, i gesti… e quello che i due si stanno dicendo è molto diverso da quello che sembra; quello spazio vuoto è il muro di cinta trasparente che la bellezza si costruisce attorno, per paura di essere violata. Le donne molto belle sanno di attirare lo sguardo di tutti e per questo, non guardano mai nessuno: hanno paura di essere aggredite, temono mani che palpano il loro culo, si aspettano sempre un commento volgare o scontato, conoscono l’espressione lasciva e bavosa che lo accompagna. Spesso si nascondono dietro un paio di occhiali scuri e anche quando si trovano in un ambiente protetto, il loro, è uno sguardo senza preferenza. Uno sguardo che non sceglie e quando lo fa, è soltanto per dire “Stai attento! Non sono così vulnerabile come credi…”. Le donne molto belle vivono in costante stato di allerta e sono addestrate a pietrificarti con uno sguardo, quando serve. Lo spazio vuoto intorno al banco quindi, non è altro che l’invisibile barriera naturale della bellezza.
E la sua gabbia.
Le donne molto belle sono donne molto sole. Isolate nella loro stessa bellezza.
Questo spazio vuoto però, le rende facilmente individuabili in mezzo alla folla e per me… che nella folla raccolgo le briciole di quella bellezza, è un grande vantaggio.

La bella col turbante, getta sprezzante la carota nella cesta, poi si pulisce la mano sui jeans.  L’uomo dietro il banco sembra finalmente destarsi dall’incantesimo, e riemergere dallo specchio nel quale lo ha precipitato Grimilde.

– Gliele metto a un euro e trenta, va bene?-

Lei abbozza un sorriso. Di soddisfazione, questa volta: ha vinto di nuovo.
Lui glielo restituisce in un gioco di riflessi condizionati. Ora la considera più accessibile, ma sempre pericolosa. Sa che dentro quella gabbia di bellezza c’è una tigre pronta ad azzannare ancora. Meglio abbassare il prezzo. E anche lo sguardo.

-D’accordo! Me ne servono dieci chili. Le metta da parte. Più tardi passerà il ragazzo a ritirarle.-

Paga, saluta e si allontana con passo veloce. Un lembo del turbante le ciondola sulle spalle, mentre morbide ciocche rosso fuoco si sciolgono a sua insaputa.

Poso la tazzina, mi alzo e senza indugiare decido di seguire le ciocche. Potrebbero riportami a casa.
O direttamente nelle grinfie dell’orco.

L’ombra del vento

Finalmente un libro che si merita cinque stelline!
È il primo di quest’anno.
L’ho scoperto per caso, leggendo la recensione di un’altra lettrice iscritta a Goodreads , un social network dedicato ai libri che consiglio a tutti coloro che come me, amano leggere, sono curiosi e vogliono condividere le loro riflessioni con altri.

Non sono stata rapita immediatamente dalla storia, come spesso mi accade quando trovo un libro che mi piace. È stato piuttosto un innamoramento lento, cresciuto gradatamente mano a mano che scorrevano le pagine, fino a restare abbracciata alle sue parole, isolata dal mondo, con l’unico desiderio di conoscere tutto quel che Zafòn aveva da dirmi nell’Ombra del Vento.

Barcellona 1945.
Daniel ha 11 anni, è orfano di madre ed è cresciuto in mezzo ai libri in compagnia di infiniti amici immaginari. Una notte di quell’estate, il padre lo porta al Cimitero dei Libri Dimenticati, un luogo segreto e misterioso dove Daniel sceglierà un libro da “adottare” che cambierà il corso della sua vita.

Più che un romanzo è un labirinto di storie i cui sentieri si intrecciano nel corso della narrazione, dando vita ad una trama complessa che ti assorbe nella lettura incantandoti ad ogni pagina.
Si sviluppa su un arco temporale di dieci anni e ti conduce per le strade di una Barcellona a tratti romantica, operosa e commovente e a tratti gotica, misteriosa e inquietante, ma pur sempre protagonista indiscussa di questo piacevolissimo romanzo.
Un susseguirsi di avvenimenti misteriosi, talvolta drammatici, tiene alta la tensione narrativa e questo accade anche grazie ad uno stile di scrittura limpido e coinvolgente.

È il primo libro che leggo di questo autore e certamente non sarà l’ultimo, infatti ho già messo nella mia wishlist “Il gioco dell’angelo”.

La frase:
“[…] poche cose impressionano un lettore quanto il primo libro capace di toccargli il cuore. L’eco di parole che crediamo dimenticate ci accompagna per tutta la vita ed erige nella nostra memoria un palazzo al quale – non importa quanti altri libri leggeremo, quante cose apprenderemo o dimenticheremo – prima o poi faremo ritorno.”

Qual è il primo libro che ti ha toccato il cuore?

Quando storia e natura diventano una cosa sola

Conosco il Parco della Mandria come le mie tasche.

Ci sono andata a piedi, in bicicletta, in carrozza e sul trenino. Ho visto cavalli, caprioli, minilepri, un’intera famigliola di cinghiali, un fagiano mi ha tagliato la strada mentre pedalavo e ho perfino incontrato una salamandra. Ci sono stata di giorno, di notte e al tramonto. L’ho visto trasformarsi nel corso degli anni e diventare sempre più bello e più accattivante.
Cascine, laghetti e castelli sperduti in mezzo ai boschi evocano racconti fiabeschi dove il tempo scorre ad un’altra velocità e dove, passo dopo passo, i suoi sentieri ti portano dentro la Storia, quella con la esse maiuscola.
E io mi lascio portare.


Il castello e la tenuta hanno avuto un ruolo determinante nella storia di casa Savoia e in particolare nella vita di Vittorio Emanuele II.
Il padre della patria.
Il re che insieme a Cavour, Garibaldi e Mazzini fece l’Italia.
Il re cacciatore.
Poco incline alla vita di corte, ma amante della quiete e della campagna, trasforma questo luogo nella sua vera residenza, trascorrendo la maggior parte del tempo in compagnia della sua amante, la Bela Rosin, al secolo Rosa Vercellana, che solo alla fine della sua vita sposerà con nozze morganatiche, cioè senza diventare regina.
Vittorio Emanuele adora il castello del parco più di ogni altra reggia, benché non sia affatto la più sfarzosa. Qui può andare a caccia, è lontano dai pettegolezzi di corte e può incontrare senza troppi problemi il suo grande amore Rosina.

Lei è una donna del popolo e ha più o meno 15 anni quando Vittorio se ne innamora.
Lui ne ha 27, non è ancora re ed è sposato con la cugina Maria Adelaide da cinque anni.
Tra i due è subito amore.
Un anno dopo il loro incontro nasce la primogenita Vittoria. Tre anni più tardi, nel 1851, verrà al mondo anche Emanuele.
La regina Maria Adelaide conosce la verità, come del resto la conoscono tutti, ma ama suo marito e si è rassegnata da tempo al ménage à trois. Morirà a soli 31 anni, dopo aver dato al re ben cinque figli legittimi e lasciando campo libero alla Bella Rosina che consoliderà il suo rapporto con Vittorio Emanuele, davanti agli occhi scandalizzati dell’intera corte. Soprattutto quelli di Cavour che da sempre osteggia apertamente questa relazione, giudicandola “sconveniente” perché Rosina non possiede alcun titolo nobiliare.

Il re, allora, decide di mettere fine ad ogni discussione e nell’aprile del 1859 concede alla sua amata il titolo di “Contessa di Mirafiori e Fontanafredda”, la porta nel castello appena restaurato del parco della Mandria e lì vivono felici e contenti… almeno fino a quando non si farà l’Italia e i due dovranno, per ovvi motivi istituzionali, lasciare il loro nido d’amore e trasferirsi nella capitale.
Prima di quel momento però, Vittorio Emanuele si gode il suo amore, il suo castello e il suo parco. Per preservare le specie di animali che vivono e proliferano in quella zona, ma soprattutto per tenere alla larga i “seccatori”, il re fa costruire un muro di cinta lungo 36 chilometri che ancora resiste ai nostri giorni. Spende un milione di lire… una cifra esorbitante se raffrontata con lo stipendio medio di un impiegato che era di circa 1500 lire all’anno. Ma lui non bada a spese perché lì dentro è racchiuso tutto quello che ama di più: Rosina, la caccia, i figli. Quelli di Rosina. Quelli legittimi invece, li ha spediti in altre residenze lontane dal suo personalissimo paradiso. Passa intere giornate all’aria aperta, a cavallo, lontano dall’etichetta di corte, dai balli e dalla vita mondana che tanto detesta.

Vivono qui, nel parco della Mandria, nel castello del borgo, finché Torino resta capitale d’Italia. Poi Vittorio dovrà trasferirsi prima a Firenze e dopo a Roma. Vorrebbe con sé anche Rosina nelle stanze del Quirinale, ma il governo non glielo permette e per questo motivo lei andrà ad abitare in una villa appartata sulla via Nomentana, lontana da sguardi indiscreti e pettegoli, ma pur sempre vicino al suo amore.
Nel 1877, dopo trent’anni dall’inizio della loro storia, finalmente diventano marito e moglie. L’anno successivo, però, Vittorio Emanuele muore per una polmonite e Rosina cade in disgrazia. Non potrà più tornare nella Mandria e morirà a Pisa nel dicembre del 1885 dove abita la figlia Vittoria.

La riserva di caccia sarà venduta ai Medici del Vascello da Umberto I, legittimo erede al trono che non ha nessun interesse a mantenere quella tenuta così costosa e che gli provoca soltanto brutti ricordi.

Oggi la Mandria è un parco regionale aperto al pubblico. Così come gli Appartamenti Reali del Borgo Castello che sono stati recentemente restaurati e ripristinati nei loro arredi originali e che meritano una visita perché svelano aspetti unici e del tutto peculiari della vita regale, lontana dai fasti della corte, ma densa di quella intimità che fu solo di Vittorio Emanuele e della Bela Rosin.

Bianco e Nero

Una mattina in bianco e nero.
Caffè e sigaretta mentre fuori dalla finestra, la luce arriva tutta dal manto di neve che copre la campagna e regala quiete e silenzio.
La neve porta con sé il senso del riposo… quello che serve, quello che aiuta, che ristora e che basta per ricominciare da capo.

 

Consumato

 

Consumato.
Come un caffè al bar.
Consumato in fretta, per abitudine, ma senza gioia.
Un Natale che nemmeno vorrei, ma che sta già alle porte.
Su tutte le porte, ma sulla mia è rosso sbiadito.
Vecchio e consumato, prima ancora di essere iniziato.

Valencia e il gusto dell’inaspettato

Valencia non è solo paella, anche se qui, per la prima volta, abbiamo potuto gustare l’autentica bontà di questo piatto che ha portato il nome della sua città in tutto il mondo. Valencia, infatti, nell’ultimo decennio, ha saputo reinventarsi facendo leva sui suoi punti di forza: l’architettura, la cucina e il calore umano, e il risultato è davvero sorprendente.

L’aspetto più affascinante è poter passeggiare indifferentemente tra edifici che raccontano una storia millenaria e strutture avveniristiche, gustando golosi piatti che restano protagonisti indiscussi della tradizione valenciana, oppure assaporando proposte gastronomiche d’autore in un clima allegro e accogliente dove ti sentirai sempre a tuo agio.

Abbiamo fatto questo viaggio consigliati, o meglio… attirati da amici che già da molti anni vivono qui e i primi giorni della nostra vacanza li abbiamo trascorsi proprio in mezzo alla gente del posto ed è stato in questa circostanza che abbiamo conosciuto la simpatia e l’ospitalità che caratterizzano la comunità valenciana dove non è infrequente incontrare gruppi di persone che conversano in due o tre lingue diverse, magari a voce alta, perché interagire in modo “rumoroso” per loro è la normalità.
Seduti a tavola, dove il cibo si condivide rigorosamente tra commensali, in un’atmosfera gioviale e festosa, abbiamo avuto modo discoprire che per loro, la cucina rappresenta un culto e ogni singolo piatto è il risultato di un rito che si consuma nella sua preparazione.

E poi via… il terzo giorno ci siamo immersi in questa città elegantissima, completamente inghiottiti dal suo centro storico, dalle sue piazze e dai suoi vicoli, lasciandoci guidare dal colore di una facciata, dall’uniformità di alcune finestre o dalla curiosità di una passante, senza una meta prestabilita e con un unico obbiettivo: quello della Canon sempre pronto per ogni evenienza.

La prima sorpresa è la Stazione del Nord che incontriamo subito dopo la Plaza de Toros, adiacente all’Arena. È uno degli edifici più rappresentativi dell’architettura modernista di Valencia la cui facciata è abbellita da motivi decorativi ispirati dalla natura come arance e fiori d’arancio. Senza pensarci su troppo, ci infiliamo nella sala d’aspetto dove veniamo catapultati in quella tipica atmosfera da Belle Époque, in una sorta di nostalgia scandita da arrivi e partenze, in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato ai primi del novecento e graziose applicazioni di azulejos, augurano buon viaggio a chi sosta nell’atrio prima di dirigersi ai treni.

Usciamo dalla stazione e continuiamo a vagabondare col naso all’insù. Adoro perdermi nelle vie di una città che non conosco e lasciarmi guidare solo dall’istinto con quell’atteggiamento che fa molto flâneur. Mi piace camminare per non arrivare a destinazione, ma per il gusto di scoprire luoghi mai visti e lasciarmi sorprendere dalla loro bellezza provando il gusto e l’emozione per le cose inattese. Lascio che sia la curiosità a fermarmi per scattare una fotografia o per osservare la gente che passa.

Ed è in questo modo che attraversiamo la splendida Plaza del Ayunytamiento (Piazza del Municipio) con i suoi edifici dagli spigoli stondati, alti e bianchi tra cui spicca, per imponenza, il Palazzo delle Poste in stile modernista che armonizza colonne ioniche e dettagli barocchi.

E passo dopo passo ci ritroviamo in Plaza de la Reina, dove troneggia la Cattedrale che è senz’altro l’edificio di culto più importate della città e certamente uno dei più ecclettici. La sua architettura mi incuriosisce perché riesce a combinare in modo elegante stili molto diversi come romanico, gotico e barocco.

Verso le 14.30 ci viene fame. Siamo perfettamente sincronizzati sugli orari dei pasti degli spagnoli che anche a cena non mangiano mai prima delle 21.30 e questo mi piace molto perché rispetta il mio bioritmo. Decidiamo di fermarci in uno dei tanti locali che si incontrano nelle vie del centro e di dedicarci finalmente alle tapas, piatti di antipastini da condividere tra commensali per assaggiare un po’ di tutto. Ci facciamo portare il famoso Jamon Serrano che è il loro delizioso prosciutto crudo, dei formaggi locali tutti molto saporiti, le patatas bravas condite con una potentissima maionese all’aglio, delle tortillas, i pincho (simili a dei crostoni o mini bruschette) e qualche altro piatto di cui purtroppo non ricordo il nome… tutto rigorosamente accompagnato da una Copa de Cava, lontano parente del nostro Prosecco.

Dopo pranzo riprendiamo la nostra flânerie valenciana con il desiderio di incontrare presto il prossimo affascinante elemento d’urto. E la sorpresa non si fa attendere. Le Torres Serranos  ci stanno aspettando.
costruite alla fine del 1300 rappresentavano la porta principale di accesso alla città, allora circondata da imponenti mura medievali. Il nome “serranos” (montanari) venne dato alla porta e al ponte che si trova di fronte, perché questi si aprivano verso Nord a chi arrivava dalla “serrania” cioè dalla zona delle montagne.

Concludiamo la nostra giornata a Valencia con la visita ai Giardini Reali, uno dei luoghi più romantici della città, dove tra alberi monumentali e specie botaniche tra le più disparate, fare più di dieci passi senza scattare una foto è praticamente impossibile. 

Dopo soli tre giorni sono già innamorata di questa città. Delle sue piazze, dei contrasti nella sua architettura che spazia tra il rigore austero di edifici gotici e i virtuosismi futuristici di complessi fra i più moderni al mondo, dei suoi sapori intensi e mediterranei e della sua gente sorridente che quando parla “urla” perché per loro, quello, è il tono di voce normale.

E ultimo, ma mai ultimo per me… a Valencia si può gustare anche un ottimo espresso all’italiana, cosa che una volta di più mi fa apprezzare questa città.

Café Templo – Av. del Marqués de Sotelo, 5, Valencia – Spagna

Cento anni dopo

Sono passati 100 anni esatti da quel giorno in cui finiva la Prima Guerra Mondiale. La grande guerra.
La Germania firmava l’armistizio e si arrendeva ai Paesi dell’Intesa. L’Austria lo aveva già fatto il 3 di novembre, poi Trento e Trieste liberate e il 4 novembre veniva finalmente proclamato il bollettino della vittoria. Quel bollettino che per una ventina d’anni gli scolari avrebbero imparato a memoria: “L’esercito Austroungarico è annientato. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza…”

Tu, nonno, quel giorno eri là e probabilmente hai gioito e festeggiato con i tuoi compagni sopravvissuti.
Voi ce l’avevate fatta!
Avevate vinto una guerra di stallo. Giornate lunghe e di attesa passate dentro quella che diventerà il simbolo di questa guerra: la trincea. Lì dentro voi eravate diventati amici, avevate sviluppato una fortissima solidarietà, vi sentivate partecipi di uno stesso popolo, eravate sporchi, magri, affamati e trattati come bestie, ma vi sentivate una cosa sola: tutti fratelli abbracciati dalla stessa sorte, tutti figli della stessa madre Italia.

Eravate partiti pensando che sarebbe durata poco. Un’estate al massimo. Poi le cose erano andate diversamente e in quel buco pieno di fango ci siete rimasti impantanati per più di tre anni a combattere contro il nemico, contro il freddo e le malattie per guadagnare pochi metri di terreno al giorno e magari perderli in quello successivo.

Lì avevate conosciuto l’orrore del cloro. Il gas giallo-verde che puzzava di mostarda e vi distruggeva i polmoni lasciandovi piaghe sulla pelle e nell’anima. Per difendervi vi avevano dato delle ridicole museruole che avrebbero dovuto neutralizzare l’effetto venefico dell’iprite, ma i cui benefici duravano solo pochi minuti. Quelli che servivano per scappare e, se eravate fortunati, a trovare un riparo sopravento per non respirare la morte.
Tu ci sei riuscito.

Dopo Caporetto, però le cose cambiarono e vi fecero avere delle maschere anti gas come quelle che usava il nemico, anche se non funzionavano bene come le loro… Però con quelle potevate restare in trincea, invece di scappare, e combattere per un’altra ora ancora, prima di morire.
Non avevate più scuse.

E poi vi stavano mandando un’arma nuova e potentissima: i carrarmati. Quelli sì che funzionavano bene! Non sapevate esattamente come adoperarli, però funzionavano e facevano davvero paura. Anche a voi, che per esorcizzare quella paura, dalle vostre trincee, scrivevate milioni di lettere alle vostre mamme, alle vostre mogli raccontando incessantemente a loro e a voi stessi l’antica bugia: “dulce et decorum est pro patria mori”. Perché voi, il senso del dovere e l’amor patrio ce lo avevate dentro e la speranza non l’avete persa mai. Non vi siete arresi nemmeno quando, dopo quel disastroso 24 ottobre, a Caporetto, tutto sembrava perduto e un anno esatto più tardi, nello stesso giorno, avete portato a segno l’ultima grande vittoria, quella che costrinse il nemico a firmare la resa e che dimostrò al mondo quali meravigliosi combattenti fossero gli italiani.
Tu eri uno di loro.

L’undici novembre del 1918 la guerra era ufficialmente finita. La carta geografica dell’Europa era cambiata, l’Italia era molto più povera, le banconote avevano perso tre quarti del loro valore e una nuova parola entrava nella conversazione quotidiana: inflazione. Ognuno dei ventuno paesi coinvolti nella Grande Guerra, contava le sue vittime. In totale quasi nove milioni di morti e circa venti milioni di feriti. Erano numeri di una guerra così grande che non poteva essere immaginata prima che accadesse.

Neanche tu, nonno avevi immaginato tutto quell’orrore. Eppure lo avevi visto. Lo avevi vissuto quando eri poco più che un bambino e quelle immagini te le saresti portate dentro per tutta la vita come un fardello pesantissimo. Dopo quell’undici novembre eri diventato un reduce. Uno di quelli che ce l’avevano fatta e potevano raccontarlo. Ma tu raccontavi poco… faceva troppo male il ricordo di quegli anni e di quel fango.

Cinquantadue anni dopo la fine della guerra, però, lo Stato ti aveva voluto esprimere “la gratitudine della Nazione” per aver combattuto valorosamente in quel fango regalandoti una croce al merito di guerra e un diploma di Cavaliere di Vittorio Veneto.
Li conservo ancora, insieme alla tua fotografia e al ricordo dello sguardo triste di chi, come te, era stato derubato per sempre della sua giovinezza.

Dulce et Decorum est (1917)

Piegati in due, come vecchi straccioni, sacco in spalla,
le ginocchia ricurve, tossendo come megere, imprecavamo nel fango,
finché volgemmo le spalle all’ossessivo bagliore delle esplosioni
e verso il nostro lontano riposo cominciammo ad arrancare.
Gli uomini marciavano addormentati. Molti, persi gli stivali,
procedevano claudicanti, calzati di sangue. Tutti finirono azzoppati; tutti orbi;
ubriachi di stanchezza; sordi persino al sibilo
di stanche granate che cadevano lontane indietro.

Il GAS! IL GAS! Svelti ragazzi! – Come in estasi annasparono,
infilandosi appena in tempo i goffi elmetti;
ma ci fu uno che continuava a gridare e a inciampare
dimenandosi come in mezzo alle fiamme o alla calce…
Confusamente, attraverso l’oblò di vetro appannato e la densa luce verdastra
come in un mare verde, lo vidi annegare.
In tutti i miei sogni, davanti ai miei occhi smarriti,
si tuffa verso di me, cola giù, soffoca, annega. 

Se in qualche orribile sogno anche tu potessi metterti al passo
dietro il furgone in cui lo scaraventammo,
e guardare i bianchi occhi contorcersi sul suo volto,
il suo volto a penzoloni, come un demonio sazio di peccato;
se solo potessi sentire il sangue, ad ogni sobbalzo,
fuoriuscire gorgogliante dai polmoni guasti di bava,
osceni come il cancro, amari come il rigurgito
di disgustose, incurabili piaghe su lingue innocenti –
amico mio, non ripeteresti con tanto compiaciuto fervore
a fanciulli ansiosi di farsi raccontare gesta disperate,
la vecchia Menzogna: Dulce et decorum est
Pro patria mori. 

[Wilfred Owen – Poesie di guerra – traduzione di Sergio Rufini]

La passeggera del n. 54

Henri de Toulouse-Lautrec
La passeggera del n. 54
Litografia a gessetto, pennello e spruzzo

“L’amore è quando il desiderio di essere desiderato ti fa stare così male che senti di poter morire.” Così si sentiva l’artista a bordo della nave diretta a Bordeaux, quando incontrò nel 1895 “la passeggera della cabina 54” che, abbandonata la lettura, contemplava l’oceano dove navigava un battello a vapore.

Fu amore a prima vista… un vero colpo di fulmine sul ponte di una nave. Lautrec si invaghì così profondamente di quella donna che decise di proseguire il viaggio fino a Lisbona per seguire la bella passeggera che però aveva un marito ed era diretta a Dakar proprio per raggiungerlo.

L’artista non realizzò mai il suo desiderio, ma quella donna gli restò nel cuore, negli occhi e sulla tela dopo averla osservata per giorni a bordo di quella nave.

 

 

 

 

 

 

L’orientalismo e le “Mille e una notte”

[Shéhérazade – Édouard Frédéric Wilhelm Richter]
Orientalismo è un termine tornato di moda per delineare un fenomeno culturale e politico oggi più che mai attuale.

Io mi rifaccio al suo originale significato artistico e alla tendenza, soprattutto in ambito pittorico, a imitare o a riprodurre ciò che appartiene ai paesi orientali.
L’orientalismo inteso come corrente pittorica, non arrivò mai a costituire una vera e propria scuola, ma si mischiò con il romanticismo, il postimpressionismo e il classicismo. Tuttavia riscosse parecchio interesse durante tutto il secolo XIX soprattutto in Francia e in Inghilterra dove il fascino per l’esotico era più sentito che in altri paesi, forse per una tendenza tutta romantica, di immaginare il mondo orientale come un luogo libero dalle convenzioni borghesi, anche se, a onor del vero, bisogna dire che la maggior parte dei pittori orientalisti non aveva mai visitato l’oriente.

Édouard Frédéric Wilhelm Richter (1844 – 1913) fu uno di loro. I suoi soggetti preferiti erano le belle donne esotiche vestite con costumi elaborati e dai colori accesi, ritratte quasi sempre in un harem. Non fu mai considerato un grande pittore, ma le sue opere, grazie alla grande carica di sensualità che riuscivano a tramettere, ancora oggi hanno un buon valore di mercato.

Io ho scelto Shéhérazade perché la sua figura è l’essenza del principio femminile, colei che raccontando, incanta, seduce e pacifica l’uomo e questo dipinto, trovo che la rappresenti molto bene

Personaggio chiave delle Mille e una Notte, riesce a interrompere la furia omicida del sultano Shahriar che, incrudelito dal tradimento della sposa infedele, da tre anni, ogni notte, prende una nuova sposa e all’alba la fa decapitare.
Shéhérazade, figlia del gran Visir, si offre volontaria per passare la notte col re, consapevole di conoscere la più grande delle arti di seduzione: la fantasia.
Per mille e una notte, tiene desta la curiosità del sovrano con le sue favolose storie legate una all’altra come preziosi anelli di una collana, oppure rinchiuse una dentro l’altra come scatole cinesi.
Quando finalmente Shéhérazade smetterà di raccontare, il re, per amor suo avrà dimenticato l’antico odio per le donne e si riconcilierà con la vita.

Tamara sulla Bugatti verde

Mi emoziono sempre davanti ai quadri di questa pittrice che amo e che fino agli anni settanta conoscevano in pochissimi (ho fatto una piccola ricerca e su tre enciclopedie dell’arte che possiedo, il suo nome non viene menzionato neppure una volta).
Ho visitato più di una sua mostra e quando l’occasione si presenterà, lo farò di nuovo, per ora mi limito a sfogliare pagine di libri che contengono i suoi dipinti e ogni volta trovo qualche spunto di riflessione nuovo.

Artista famosa nella Parigi bene degli anni venti e trenta, dalla vita movimentata, con un nome strano e difficile da pronunciare, Tamara de Lempicka ebbe persino un incontro… o meglio, uno scontro con Gabriele D’Annunzio.

Un’artista dai contorni incerti.
Ambigua, sicuramente.
Libera, senza ombra di dubbio!
Così la immaginiamo osservando i suoi dipinti per la prima volta.
A metà strada tra il Grande Gatsby e Coco Chanel, Tamara è la donna della Bugatti verde. Una bellezza fredda e irritante, padrona del mezzo che possiede, l’automobile, che non a caso è anche un simbolo dell’emancipazione femminile. Anche se di fatto, una Bugatti, lei non la ebbe mai.

[Autoritratto – Tamara sulla Bugatti verde]
La bella polacca è senz’altro una star del periodo tra le due guerre che amava frequentare il Ritz di Parigi o il Grand Hotel di Monte Carlo, protagonista indiscussa di tutto quello che oggi chiameremmo jet-set.
Tamara sulla Bugatti verde è probabilmente il suo più famoso autoritratto. Ed è proprio il binomio donna-automobile che questa volta mi fa riflettere.

Quale rapporto esiste fra le due?

Osservandola percepisco un desiderio di controllo e di comando, stemperato appena da quel suo atteggiamento fiero ed elegante in perfetta armonia con l’oggetto posseduto: l’automobile, simbolo di virilità e di forza.
Una, vestita da un grande stilista, l’altra, dotata di un marchio di fabbrica prestigioso.
L’atteggiamento di padronanza che Tamara ostenta nel dipinto, mi sembra voler dire: “Con questa faccio tutto ciò che voglio perché possiedo la forza e il potere. Posso farci salire i miei amanti o le mie amanti e condurli verso il piacere, la libertà, ma anche contro un albero. Decido io!”

Eppure… oltre l’apparenza della diva trasgressiva e modaiola, in quegli occhi grigi come l’acciaio avverto una profonda solitudine e tanta malinconia.

Quella donna è veramente libera?

Non lo so. Forse bisogna guardare all’intera sua opera per provare a rispondere. In ogni caso, il dipinto divenne famoso in tutto il mondo, icona della donna moderna e perfetto ritratto del suo tempo.

La ragazza coi guanti, però resta la mia preferita.

[Ragazza coi guanti]
Adoro tutte quelle sue donne eleganti e drappeggiate in pose statuarie, dai colori brillanti come lacche, ricche di contrasti e fascino infinito.

Ma di queste mi riservo di parlarne nei prossimi post.