Valencia e il gusto dell’inaspettato

Valencia non è solo paella, anche se qui, per la prima volta, abbiamo potuto gustare l’autentica bontà di questo piatto che ha portato il nome della sua città in tutto il mondo. Valencia, infatti, nell’ultimo decennio, ha saputo reinventarsi facendo leva sui suoi punti di forza: l’architettura, la cucina e il calore umano, e il risultato è davvero sorprendente.

L’aspetto più affascinante è poter passeggiare indifferentemente tra edifici che raccontano una storia millenaria e strutture avveniristiche, gustando golosi piatti che restano protagonisti indiscussi della tradizione valenciana, oppure assaporando proposte gastronomiche d’autore in un clima allegro e accogliente dove ti sentirai sempre a tuo agio.

Abbiamo fatto questo viaggio consigliati, o meglio… attirati da amici che già da molti anni vivono qui e i primi giorni della nostra vacanza li abbiamo trascorsi proprio in mezzo alla gente del posto ed è stato in questa circostanza che abbiamo conosciuto la simpatia e l’ospitalità che caratterizzano la comunità valenciana dove non è infrequente incontrare gruppi di persone che conversano in due o tre lingue diverse, magari a voce alta, perché interagire in modo “rumoroso” per loro è la normalità.
Seduti a tavola, dove il cibo si condivide rigorosamente tra commensali, in un’atmosfera gioviale e festosa, abbiamo avuto modo discoprire che per loro, la cucina rappresenta un culto e ogni singolo piatto è il risultato di un rito che si consuma nella sua preparazione.

E poi via… il terzo giorno ci siamo immersi in questa città elegantissima, completamente inghiottiti dal suo centro storico, dalle sue piazze e dai suoi vicoli, lasciandoci guidare dal colore di una facciata, dall’uniformità di alcune finestre o dalla curiosità di una passante, senza una meta prestabilita e con un unico obbiettivo: quello della Canon sempre pronto per ogni evenienza.

La prima sorpresa è la Stazione del Nord che incontriamo subito dopo la Plaza de Toros, adiacente all’Arena. È uno degli edifici più rappresentativi dell’architettura modernista di Valencia la cui facciata è abbellita da motivi decorativi ispirati dalla natura come arance e fiori d’arancio. Senza pensarci su troppo, ci infiliamo nella sala d’aspetto dove veniamo catapultati in quella tipica atmosfera da Belle Époque, in una sorta di nostalgia scandita da arrivi e partenze, in un luogo dove il tempo sembra essersi fermato ai primi del novecento e graziose applicazioni di azulejos, augurano buon viaggio a chi sosta nell’atrio prima di dirigersi ai treni.

Usciamo dalla stazione e continuiamo a vagabondare col naso all’insù. Adoro perdermi nelle vie di una città che non conosco e lasciarmi guidare solo dall’istinto con quell’atteggiamento che fa molto flâneur. Mi piace camminare per non arrivare a destinazione, ma per il gusto di scoprire luoghi mai visti e lasciarmi sorprendere dalla loro bellezza provando il gusto e l’emozione per le cose inattese. Lascio che sia la curiosità a fermarmi per scattare una fotografia o per osservare la gente che passa.

Ed è in questo modo che attraversiamo la splendida Plaza del Ayunytamiento (Piazza del Municipio) con i suoi edifici dagli spigoli stondati, alti e bianchi tra cui spicca, per imponenza, il Palazzo delle Poste in stile modernista che armonizza colonne ioniche e dettagli barocchi.

E passo dopo passo ci ritroviamo in Plaza de la Reina, dove troneggia la Cattedrale che è senz’altro l’edificio di culto più importate della città e certamente uno dei più ecclettici. La sua architettura mi incuriosisce perché riesce a combinare in modo elegante stili molto diversi come romanico, gotico e barocco.

Verso le 14.30 ci viene fame. Siamo perfettamente sincronizzati sugli orari dei pasti degli spagnoli che anche a cena non mangiano mai prima delle 21.30 e questo mi piace molto perché rispetta il mio bioritmo. Decidiamo di fermarci in uno dei tanti locali che si incontrano nelle vie del centro e di dedicarci finalmente alle tapas, piatti di antipastini da condividere tra commensali per assaggiare un po’ di tutto. Ci facciamo portare il famoso Jamon Serrano che è il loro delizioso prosciutto crudo, dei formaggi locali tutti molto saporiti, le patatas bravas condite con una potentissima maionese all’aglio, delle tortillas, i pincho (simili a dei crostoni o mini bruschette) e qualche altro piatto di cui purtroppo non ricordo il nome… tutto rigorosamente accompagnato da una Copa de Cava, lontano parente del nostro Prosecco.

Dopo pranzo riprendiamo la nostra flânerie valenciana con il desiderio di incontrare presto il prossimo affascinante elemento d’urto. E la sorpresa non si fa attendere. Le Torres Serranos  ci stanno aspettando.
costruite alla fine del 1300 rappresentavano la porta principale di accesso alla città, allora circondata da imponenti mura medievali. Il nome “serranos” (montanari) venne dato alla porta e al ponte che si trova di fronte, perché questi si aprivano verso Nord a chi arrivava dalla “serrania” cioè dalla zona delle montagne.

Concludiamo la nostra giornata a Valencia con la visita ai Giardini Reali, uno dei luoghi più romantici della città, dove tra alberi monumentali e specie botaniche tra le più disparate, fare più di dieci passi senza scattare una foto è praticamente impossibile. 

Dopo soli tre giorni sono già innamorata di questa città. Delle sue piazze, dei contrasti nella sua architettura che spazia tra il rigore austero di edifici gotici e i virtuosismi futuristici di complessi fra i più moderni al mondo, dei suoi sapori intensi e mediterranei e della sua gente sorridente che quando parla “urla” perché per loro, quello, è il tono di voce normale.

E ultimo, ma mai ultimo per me… a Valencia si può gustare anche un ottimo espresso all’italiana, cosa che una volta di più mi fa apprezzare questa città.

Café Templo – Av. del Marqués de Sotelo, 5, Valencia – Spagna

Quattro passi nel parco

A volte attraversando un parco si fanno incontri simpatici… come questo scoiattolo che passava da un albero all’altro nei giardini di Italia 61 a Torino. Oggi meritava attraversarli, allungare un po’ la strada e fare qualche scatto qua e là al laghetto e al Palazzo a Vela e infine, naturalmente, una piacevole pausa caffè.

Questi giardini circondavano e abbellivano il nuovo quartiere a sud della città di Torino, chiamato appunto “Italia 61” e costruito per celebrare i 100 anni dell’Unità d’Italia.

Sono ancora visibili i piloni della futuristica Monorotaia, i padiglioni adoperati per la Mostra delle Regioni che oggi ospitano il campus dell’ONU, il Palazzo del Lavoro che versa purtroppo in un indecoroso stato di degrado e il Palazzo a Vela che è invece stato ristrutturato in occasione dei giochi olimpici del 2006 e viene oggi utilizzato per manifestazioni sportive e culturali.

📍 Bar Affinity – Via Genova 178 – Torino

Tutto il blu in una tazzina

📍Bar Chiara – Corso Peschiera 311 Torino

Il caffè di questa mattina mi ha regalato una sensazione blu, come un onda… e mi ha fatto tornare in mente un libro che  avevo letto un po’ di anni fa. Così ho ripescato quelle pagine  e ho deciso di condividerle.

Ottimo il caffè e pure la brioche!

Dal cielo al mare, era un’infinita varietà di blu. Per il turista, quello che viene dal nord, dall’est o dall’ovest, il blu è sempre blu. Solo dopo, quando ci si sofferma a guardare il cielo e il mare, ad accarezzare con gli occhi il paesaggio, se ne scoprono altre tonalità: il blu grigio, il blu notte e il blu mare, il blu scuro, il blu lavanda. O il blu melanzana, nelle sere di temporale. Il blu verde. Il blu rame del tramonto, prima del mistral. O quel blu così pallido, quasi bianco.”

[Jean-Claude Izzo – Chourmo Il cuore di Marsiglia]

Un caffè alla Certosa

[Certosa Reale di Collegno – Portale Juvarra]
Questa mattina il sole ha fatto capolino a sorpresa sui colori dell’autunno e io ne ho approfittato per prendere il mio caffè vicino alla Certosa Reale di Collegno e dato che la macchina fotografica era casualmente nello zaino ho fatto anche qualche foto.

📍  Caffè Dream – via Martiri XXX Aprile 21F – Collegno (TO)

Così passeggiando tra foglie accese di giallo e di rosso, scopro che il Portale Juvarra, accesso principale alla Certosa che raffigura una meravigliosa scena dell’Annunciazione, è straordinariamente aperto… e allora mi infilo e comincio a scattare. Gli scorci suggestivi e le complesse prospettive geometriche dei portici non mancano. Procedo fino allo splendido chiostro maggiore circondato dalle sue 112 colonne di pietra senza smettere di provare incanto e stupore.

La Certosa Reale di Collegno è conosciuta grazie alla comicità di Totò ne “Lo smemorato di Collegno”, ma la storia che interessa questo complesso risale molto indietro nel tempo fino a coinvolgere le vicende dell’Ordine dei Certosini e la storia Sabauda. Fu infatti Madama Cristina che consentì nel 1648 di posare la prima pietra. Piú recente invece è la destinazione ad ospedale psichiatrico, avvenuta dopo l’allontanamento dei certosini nella seconda metà dell’ottocento e la creazione del manicomio di Collegno.

Uno dei suoi padiglioni ospita la biblioteca psichiatrica più fornita d’Italia. Oltre seimila volumi che raccontano la storia della psichiatria a completa disposizione di studenti, ricercatori, studiosi e di chiunque sia interessato.

Non c’è che dire… il caffè di oggi è stato una vera sorpresa!