Cenerentola

[Baby,Bye Bye – Jack Vettriano]
Alla fine lo aveva trovato.

Non lo stava cercando. Non ne aveva bisogno, ma fu quando le strizzò l’occhio dalla vetrina, che la sua innata curiosità la spinse a guardare oltre. Sembrava stesse lì apposta per lei. Maliziosamente drappeggiato in mezzo a un trionfo di chiffon e paillettes, ostentava un provocante distacco nerolucido di consistenza quasi impalpabile, sottolineato dalla trasparenza di vaporosi dettagli neroliquido, che alimentavano il gusto di trasgressivi riflessi giocati tra ombra e luce. Raffinato e inconsapevolmente romantico, l’aspettava così.

Da sempre.

Prese ad immaginare la fluente delicatezza, scendere dalle spalle, infilarsi lungo i fianchi e scivolare via, lasciando una sensazione nuova, appena ruvida al tatto. Una sensazione rosa antico e senza fretta. Sospesa. Come uno sguardo sul vuoto, a metà strada tra la soddisfazione di Grimilde davanti allo specchio e l’incantesimo di Cenerentola al ballo. Era la favola che non cercava, ma che la voleva protagonista.

Adesso e qui.

Questo, pensò, è il sogno che voglio addosso e senza più indugio, entrò nel negozio.

– Madame… questo abito le sta d’incanto, sembra fatto su misura per lei
Cominciò così, con uno sguardo furtivo, ma educato, tra volant e décolleté.
– Sì, è perfetto. Sapevo che c’era, ma non mi aspettavo di trovarlo qui.
– Dovrebbe passare più spesso da noi, non deludiamo mai le aspettative della nostra clientela.
– Ah, lo so bene, ma il fatto è che non ho aspettative. Qualche capriccio, ogni tanto. Tutto lì!
– Possiamo soddisfare anche quelli, se crede.
– Non ne dubito. Infatti vi sono molto riconoscente per avermi permesso di indossare questo capolavoro di sartoria, per averne potuto provare l’effetto sulla pelle, davanti allo specchio. Ma non spenda altre parole. Non sono interessata all’acquisto, non ne ho bisogno.
– Madame, non era certo nelle mie intenzioni, non potrei mai, mi creda, ma…
– Le credo, non si dia pena.
– D’accordo, ma sentivo di doverglielo dire perché mi è capitato poche volte di vedere tanta armonia di forme tutta insieme. E ne ho passati di anni qui dentro.
– Oh… in questo modo lei mi confonde. Sembrano così sincere le sue parole e così vero il suo apprezzamento. Se non sapessi che una mezzanotte qualsiasi, prima o poi arriva sempre, sarei quasi tentata di andarci a quel ballo.
– Vestita così farebbe un figurone… e che invidia le sorellastre!
– Ah beh, osservando la scena dall’alto risulta proprio un gran bello spettacolo, non c’è che dire. Però vede… mi è rimasta una sola scarpetta e ci sono molto affezionata. Mi spiacerebbe perdere anche quella. Mi capisca…
– Infatti la capisco, Madame, ma qui da noi può trovarne di ogni foggia e misura.
– Anche in cristallo?
– Ha provato al reparto scarpette smarrite?
– Non ancora.
– Venga! L’accompagno dal mio collega Principe Azzurro. Lui le farà provare tutte quelle che vuole. Dimenticate, ma anche no.
– E magari avete anche zucche da borsetta che all’occorrenza si trasformano in lussuosissime X-Type.
– Ehmm… quella è la mia auto, ma sarei lieto di accompagnarla, se crede.
– Io credo! Ma se facciamo tardi?
– Torniamo al prossimo ballo. Ne danno sempre al castello.
– Incantevole, davvero fantastico! e sa che cosa le dico? mi ha convinta. Lo compro!
– Ecco Madame… adesso è lei a mettermi in forte imbarazzo. Non cercavo di convincerla, no davvero. Questo abito appartiene al nostro campionario e come ho provato a spiegarle poc’anzi, non è in vendita. Però se vuole, abbiamo le zucche in promozione.
– Caspita! E’ arrivata in anticipo la mezzanotte, stasera. Come vola il tempo! Devo proprio scappare, ora.

 

 

Monna Lisa

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo…”
Monna Lisa non aveva mai capito perché quell’incipit fosse diventato così famoso. Perché decidere di leggere un libro che nelle prime due righe ti obbliga a prendere posizione con la certezza che qualunque sia la tua scelta, alla fine non ti piacerà.

L’assunto era sbagliato perché Monna Lisa sapeva benissimo che la felicità non è un contratto a lungo termine, ma assomiglia piuttosto al brivido che vola via e trovava un’inutile perdita di tempo lasciarsi affascinare da capziosi ragionamenti per arrivare a dimostrare la differenza tra ipocrisia e autenticità. La conosceva fin troppo bene quella differenza e sapeva che la parola giusta era “equilibrio”.
Non felicità, ma equilibrio sopra la follia.

Per questa ragione aveva, da tempo, scelto di indossare il più imperturbabile ed enigmatico dei suoi sorrisi. Il “Monna Lisa”, per l’appunto e impedire in questo modo a chiunque di modificare quello stato di quiete che aveva raggiunto con grande fatica. Era un sorriso zen, levigato, collaudato che si adattava a tutte le circostanze, che non faceva passare niente se non il tempo. Un sorriso che la difendeva, che la proteggeva, che manteneva le distanze. Era un sorriso fermo. Imperscrutabile.
Definitivo.

Ogni tanto, quando aveva bisogno di un po’ di leggerezza, saliva in soffitta, dove conservava in gran segreto, i suoi tesori più preziosi. Apriva il baule dei sorrisi dimenticati, in apnea e col sedere per aria, rovistava lì dentro per qualche minuto.

“Toh, guarda cosa ho trovato!” esclamava con gioia “il Morgana!” Lo tirava fuori, se lo provava davanti allo specchio e tornava a sentirsi la fata di un tempo. O la strega.
Era stato uno dei suoi cavalli di battaglia. Con quello aveva trasformato schiere di principi azzurri, lilla e perfino arcobaleno, in rospi e pangolini. Prima rospi e poi pangolini. A volte anche al contrario.
E ai principi piaceva da morire passare da un animale all’altro. Tornavano bambini e si divertivano come andare sulla giostra. Finché la testa non girava troppo e ubriachi di incantesimi, tornavano nel loro castello da Mulino Bianco dove tutto era perfetto e le streghe stavano fuori. Che nostalgia il “Morgana”…

Lo piegava con cura, lo riponeva nel baule e tornava a cercare.
Et voilà un purpureo “Jessica Rabbit” usato pochissimo. Lo aveva quasi dimenticato. Eppure era stata benissimo dentro quel sorriso. Il suo coniglio la faceva ridere, non solo sorridere e poco importava se quell’eccesso di curve sollecitava sguardi lascivi nel suo décolleté… lei non era cattiva, la disegnavano così.
Le andava un po’ stretto, ora, quel sorriso. Perciò tornava a tuffarsi nel baule per cercarne uno più comodo.

Il “Mompracem”. Eccolo qui! Era sicura di non averlo buttato via. Questo sì che le stava ancora bene addosso. Una limatina agli artigli, una spazzolata al pelo e poteva tranquillamente spostarlo dal baule al guardaroba. Non sapeva quando avrebbe avuto l’occasione di sfoggiarlo di nuovo, ma sapeva che sarebbe accaduto. Meglio essere pronta.

E infine il suo preferito. Quello che andava usato con grande cautela: il “Lucy van Pelt”. Amava quel sorriso, ma indossarlo le era costato caro un paio di volte. Cinico e sarcastico al punto giusto e perfetto per togliere il pallone da football a chiunque stesse per calciarlo e farlo rotolare giù dalla collinetta. Peccato solo per quella sfumatura romantica che la vedeva innamorata di un pianista che a lei preferiva Beethoven.

No. Anna Karenina poteva aspettare ancora. C’erano storie da leggere molto più accattivanti nel suo baule!

Un’antologia

Mostra fotografica di Paolo Pellegrin

Oggi mi sono presa del tempo per stare davanti alle fotografie di Paolo Pellegrin.
La mostra, visitabile (Covid permettendo) fino al 31 gennaio 2021 alla Reggia di Venaria, regala al visitatore la possibilità di riflettere su alcuni momenti cruciali della storia recente e della condizione umana attraverso gli occhi del fotografo.  Più di 200 scatti quasi totalmente in bianco e nero che evidenziano la forte tensione tra sofferenza e violenza, fra tragedia e bellezza. Un’antologia che merita di essere vista perché sono fotografie che ti rimangono dentro, come afferma lo stesso autore quando dice che “Una fotografia non è un’ideologia che stravolge le menti, è un seme: se sposta qualcosa lo fa piano, crescendo dentro chi la guarda”.


Ecco… questa mostra semina curiosità, spinge al confronto e al dialogo. Ogni fotografia, complice anche l’allestimento molto suggestivo, apre uno scenario, a volte molto crudo se non addirittura spietato, su un mondo che non può lasciare indifferente il visitatore. Sono immagini di guerra, di morte, di rifugiati, di muri e confini artificiali, ma anche di delicata bellezza, di impegno umanitario e della grandezza della natura, come il maestoso volo libero dell’aquila di mare.

La mostra si chiude con una lunga parete composta di disegni, taccuini, appunti, diapositive e negativi che raccontano il “making of” dello studio di Poalo Pellegrin, nel quale ognuno si può immergere nella complessità del processo creativo del fotografo.

E poi, naturalmente un buon caffè nella Caffetteria degli Argenti e quattro passi nei giardini per gustare tutti i colori dell’autunno.