No man’s land

 

Ognuno di noi ha la propria No man’s land, in cui è totale padrone di se stesso. C’è una vita a tutti visibile, e ce n’è un’ altra che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla. Ciò non significa affatto che, dal punto di vista dell’etica, una sia morale e l’altra immorale […]. Semplicemente, l’uomo di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero […] anche soltanto un’ora al giorno, una sera alla settimana, un giorno al mese […]. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto […], un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non s’è mai incontrato con se stesso.

[Nina Berberova – Il giunco mormorante]

Una vera tazzina

“Aba si chiuse la porta alle spalle. Lui si alzò. Non si tolse gli occhiali scuri e non le tese la mano.
«Gradisce un buon caffè?»
Lui prevenne il suo rifiuto facendole cenno di sì con la testa, perciò Aba annuì.
«Sì, grazie, professore.»
«Glielo preparo io con la moka in una vera tazzina, quello della macchinetta fa solo buchi allo stomaco. Venga con me.»”

[Roberto Costantini – Una donna normale]

Sapersi

Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s’era mai saputo. E lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s’era potuta riconoscere così.

[Italo Calvino – Il Barone Rampante]

Una grande storia d’amore

Titolo: Una grande storia d'amore
Autore: Susanna Tamaro
Pubblicato: Settembre 2020 da Solferino

Ci sono libri con i quali stai piacevolmente in compagnia. Un po’ come con quegli amici ai quali telefoni alla fine della giornata o, in momenti di normalità, accogli con piacere per bere un caffè insieme e raccontarsi gli accadimenti della giornata, perché la loro presenza ti scalda il cuore.

Il libro della Tamaro è così. Caldo e rassicurante come la vicinanza di una persona cara che hai voglia di stare ad ascoltare e alla quale desideri confidare qualcosa di te.

È la storia di Andrea e di Edith, così diversi e così incapaci di stare lontani uno dall’altra, complice un destino ricco di imprevisti che li porta continuamente a intrecciare le loro vite. Affascina soprattutto la tenerezza con cui la voce narrante, quella di Andrea uomo di mare abituato ad affrontare le tempeste, racconta tutte le tappe della loro storia. Anche quelle più dolorose.

Una storia davvero grande perché contiene tutte le emozioni che si possono provare in una vita intera ed è per questo che dopo poche pagine ti ci ritrovi dentro, immersa in quei sentimenti che hai vissuto anche tu attraversando le fasi alterne di un amore dapprima clandestino e poi complicato, le avventure di una lunga separazione, la paura di un segreto, una felicità inattesa e una grande prova… e infine l’isola, piena di vento, di luce e di speranza.

Una scrittura limpida e sapiente, quella della Tamaro che ti porta a riflettere su temi grandi come il perdono, la famiglia, la solitudine e, naturalmente, l’amore.

La frase:
E se le anime in cielo, prima della nascita, fossero legate tra loro da una sorta di cordone ombelicale? È per questo che si cercano per tutta la vita? È per questa ragione che, quando si sono ritrovate, non possono più stare l’una senza l’altra?

Titolo: Una grande storia d’amore
Autore: Susanna Tamaro
Pubblicato: Settembre 2020 da Solferino

Cipria e caffè

Vado a lavarmi le mani. Mi verso un po’ di sapone liquido sui palmi, un sapone delicato alla rosa. Tutto a casa mia odora di cipria rosa, le candele, il mio profumo, la biancheria, il tè, i dolcetti che intingo nel caffè.

[Valérie Perrin – Cambiare l’acqua ai fiori]

Monna Lisa

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo…”
Monna Lisa non aveva mai capito perché quell’incipit fosse diventato così famoso. Perché decidere di leggere un libro che nelle prime due righe ti obbliga a prendere posizione con la certezza che qualunque sia la tua scelta, alla fine non ti piacerà.

L’assunto era sbagliato perché Monna Lisa sapeva benissimo che la felicità non è un contratto a lungo termine, ma assomiglia piuttosto al brivido che vola via e trovava un’inutile perdita di tempo lasciarsi affascinare da capziosi ragionamenti per arrivare a dimostrare la differenza tra ipocrisia e autenticità. La conosceva fin troppo bene quella differenza e sapeva che la parola giusta era “equilibrio”.
Non felicità, ma equilibrio sopra la follia.

Per questa ragione aveva, da tempo, scelto di indossare il più imperturbabile ed enigmatico dei suoi sorrisi. Il “Monna Lisa”, per l’appunto e impedire in questo modo a chiunque di modificare quello stato di quiete che aveva raggiunto con grande fatica. Era un sorriso zen, levigato, collaudato che si adattava a tutte le circostanze, che non faceva passare niente se non il tempo. Un sorriso che la difendeva, che la proteggeva, che manteneva le distanze. Era un sorriso fermo. Imperscrutabile.
Definitivo.

Ogni tanto, quando aveva bisogno di un po’ di leggerezza, saliva in soffitta, dove conservava in gran segreto, i suoi tesori più preziosi. Apriva il baule dei sorrisi dimenticati, in apnea e col sedere per aria, rovistava lì dentro per qualche minuto.

“Toh, guarda cosa ho trovato!” esclamava con gioia “il Morgana!” Lo tirava fuori, se lo provava davanti allo specchio e tornava a sentirsi la fata di un tempo. O la strega.
Era stato uno dei suoi cavalli di battaglia. Con quello aveva trasformato schiere di principi azzurri, lilla e perfino arcobaleno, in rospi e pangolini. Prima rospi e poi pangolini. A volte anche al contrario.
E ai principi piaceva da morire passare da un animale all’altro. Tornavano bambini e si divertivano come andare sulla giostra. Finché la testa non girava troppo e ubriachi di incantesimi, tornavano nel loro castello da Mulino Bianco dove tutto era perfetto e le streghe stavano fuori. Che nostalgia il “Morgana”…

Lo piegava con cura, lo riponeva nel baule e tornava a cercare.
Et voilà un purpureo “Jessica Rabbit” usato pochissimo. Lo aveva quasi dimenticato. Eppure era stata benissimo dentro quel sorriso. Il suo coniglio la faceva ridere, non solo sorridere e poco importava se quell’eccesso di curve sollecitava sguardi lascivi nel suo décolleté… lei non era cattiva, la disegnavano così.
Le andava un po’ stretto, ora, quel sorriso. Perciò tornava a tuffarsi nel baule per cercarne uno più comodo.

Il “Mompracem”. Eccolo qui! Era sicura di non averlo buttato via. Questo sì che le stava ancora bene addosso. Una limatina agli artigli, una spazzolata al pelo e poteva tranquillamente spostarlo dal baule al guardaroba. Non sapeva quando avrebbe avuto l’occasione di sfoggiarlo di nuovo, ma sapeva che sarebbe accaduto. Meglio essere pronta.

E infine il suo preferito. Quello che andava usato con grande cautela: il “Lucy van Pelt”. Amava quel sorriso, ma indossarlo le era costato caro un paio di volte. Cinico e sarcastico al punto giusto e perfetto per togliere il pallone da football a chiunque stesse per calciarlo e farlo rotolare giù dalla collinetta. Peccato solo per quella sfumatura romantica che la vedeva innamorata di un pianista che a lei preferiva Beethoven.

No. Anna Karenina poteva aspettare ancora. C’erano storie da leggere molto più accattivanti nel suo baule!