Contemplazione

[Salvador Dalì – Ragazza alla finestra]

Osservando questo dipinto di Dalì del 1925, quando l’artista non è ancora famoso e non è ancora entrato nel suo periodo surrealista, la prima curiosità che mi solletica riguarda l’identità della ragazza di spalle e subito dopo mi chiedo perché ha scelto di dipingere la schiena del soggetto e non il suo volto?

La risposta al primo quesito la risolvo in fretta: si tratta di Aña Maria, la sorella di Dalì che nel dipinto ha 17 anni e si affaccia alla finestra della casa dei Dalì a Cadaqués, in Spagna.

Sul perché della schiena, invece, posso soltanto fare qualche supposizione. Questo quadro sembra voler nascondere l’identità della modella e raccontarci uno spicchio di vita della sconosciuta senza disturbarla. In modo discreto ed educato l’artista conduce l’attenzione di chi osserva non soltanto sulla bella ragazza mora di spalle, ma piuttosto sul paesaggio che si apre oltre la finestra incorniciato da un interno domestico sulle medesime tonalità del blu, regalandoci il tempo della contemplazione e della calma.

Sottovoce.

Tamara sulla Bugatti verde

Mi emoziono sempre davanti ai quadri di questa pittrice che amo e che fino agli anni settanta conoscevano in pochissimi (ho fatto una piccola ricerca e su tre enciclopedie dell’arte che possiedo, il suo nome non viene menzionato neppure una volta).
Ho visitato più di una sua mostra e quando l’occasione si presenterà, lo farò di nuovo, per ora mi limito a sfogliare pagine di libri che contengono i suoi dipinti e ogni volta trovo qualche spunto di riflessione nuovo.

Artista famosa nella Parigi bene degli anni venti e trenta, dalla vita movimentata, con un nome strano e difficile da pronunciare, Tamara de Lempicka ebbe persino un incontro… o meglio, uno scontro con Gabriele D’Annunzio.

Un’artista dai contorni incerti.
Ambigua, sicuramente.
Libera, senza ombra di dubbio!
Così la immaginiamo osservando i suoi dipinti per la prima volta.
A metà strada tra il Grande Gatsby e Coco Chanel, Tamara è la donna della Bugatti verde. Una bellezza fredda e irritante, padrona del mezzo che possiede, l’automobile, che non a caso è anche un simbolo dell’emancipazione femminile. Anche se di fatto, una Bugatti, lei non la ebbe mai.

[Autoritratto – Tamara sulla Bugatti verde]
La bella polacca è senz’altro una star del periodo tra le due guerre che amava frequentare il Ritz di Parigi o il Grand Hotel di Monte Carlo, protagonista indiscussa di tutto quello che oggi chiameremmo jet-set.
Tamara sulla Bugatti verde è probabilmente il suo più famoso autoritratto. Ed è proprio il binomio donna-automobile che questa volta mi fa riflettere.

Quale rapporto esiste fra le due?

Osservandola percepisco un desiderio di controllo e di comando, stemperato appena da quel suo atteggiamento fiero ed elegante in perfetta armonia con l’oggetto posseduto: l’automobile, simbolo di virilità e di forza.
Una, vestita da un grande stilista, l’altra, dotata di un marchio di fabbrica prestigioso.
L’atteggiamento di padronanza che Tamara ostenta nel dipinto, mi sembra voler dire: “Con questa faccio tutto ciò che voglio perché possiedo la forza e il potere. Posso farci salire i miei amanti o le mie amanti e condurli verso il piacere, la libertà, ma anche contro un albero. Decido io!”

Eppure… oltre l’apparenza della diva trasgressiva e modaiola, in quegli occhi grigi come l’acciaio avverto una profonda solitudine e tanta malinconia.

Quella donna è veramente libera?

Non lo so. Forse bisogna guardare all’intera sua opera per provare a rispondere. In ogni caso, il dipinto divenne famoso in tutto il mondo, icona della donna moderna e perfetto ritratto del suo tempo.

La ragazza coi guanti, però resta la mia preferita.

[Ragazza coi guanti]
Adoro tutte quelle sue donne eleganti e drappeggiate in pose statuarie, dai colori brillanti come lacche, ricche di contrasti e fascino infinito.

Ma di queste mi riservo di parlarne nei prossimi post.