Cento anni dopo

Sono passati 100 anni esatti da quel giorno in cui finiva la Prima Guerra Mondiale. La grande guerra.
La Germania firmava l’armistizio e si arrendeva ai Paesi dell’Intesa. L’Austria lo aveva già fatto il 3 di novembre, poi Trento e Trieste liberate e il 4 novembre veniva finalmente proclamato il bollettino della vittoria. Quel bollettino che per una ventina d’anni gli scolari avrebbero imparato a memoria: “L’esercito Austroungarico è annientato. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza…”

Tu, nonno, quel giorno eri là e probabilmente hai gioito e festeggiato con i tuoi compagni sopravvissuti.
Voi ce l’avevate fatta!
Avevate vinto una guerra di stallo. Giornate lunghe e di attesa passate dentro quella che diventerà il simbolo di questa guerra: la trincea. Lì dentro voi eravate diventati amici, avevate sviluppato una fortissima solidarietà, vi sentivate partecipi di uno stesso popolo, eravate sporchi, magri, affamati e trattati come bestie, ma vi sentivate una cosa sola: tutti fratelli abbracciati dalla stessa sorte, tutti figli della stessa madre Italia.

Eravate partiti pensando che sarebbe durata poco. Un’estate al massimo. Poi le cose erano andate diversamente e in quel buco pieno di fango ci siete rimasti impantanati per più di tre anni a combattere contro il nemico, contro il freddo e le malattie per guadagnare pochi metri di terreno al giorno e magari perderli in quello successivo.

Lì avevate conosciuto l’orrore del cloro. Il gas giallo-verde che puzzava di mostarda e vi distruggeva i polmoni lasciandovi piaghe sulla pelle e nell’anima. Per difendervi vi avevano dato delle ridicole museruole che avrebbero dovuto neutralizzare l’effetto venefico dell’iprite, ma i cui benefici duravano solo pochi minuti. Quelli che servivano per scappare e, se eravate fortunati, a trovare un riparo sopravento per non respirare la morte.
Tu ci sei riuscito.

Dopo Caporetto, però le cose cambiarono e vi fecero avere delle maschere anti gas come quelle che usava il nemico, anche se non funzionavano bene come le loro… Però con quelle potevate restare in trincea, invece di scappare, e combattere per un’altra ora ancora, prima di morire.
Non avevate più scuse.

E poi vi stavano mandando un’arma nuova e potentissima: i carrarmati. Quelli sì che funzionavano bene! Non sapevate esattamente come adoperarli, però funzionavano e facevano davvero paura. Anche a voi, che per esorcizzare quella paura, dalle vostre trincee, scrivevate milioni di lettere alle vostre mamme, alle vostre mogli raccontando incessantemente a loro e a voi stessi l’antica bugia: “dulce et decorum est pro patria mori”. Perché voi, il senso del dovere e l’amor patrio ce lo avevate dentro e la speranza non l’avete persa mai. Non vi siete arresi nemmeno quando, dopo quel disastroso 24 ottobre, a Caporetto, tutto sembrava perduto e un anno esatto più tardi, nello stesso giorno, avete portato a segno l’ultima grande vittoria, quella che costrinse il nemico a firmare la resa e che dimostrò al mondo quali meravigliosi combattenti fossero gli italiani.
Tu eri uno di loro.

L’undici novembre del 1918 la guerra era ufficialmente finita. La carta geografica dell’Europa era cambiata, l’Italia era molto più povera, le banconote avevano perso tre quarti del loro valore e una nuova parola entrava nella conversazione quotidiana: inflazione. Ognuno dei ventuno paesi coinvolti nella Grande Guerra, contava le sue vittime. In totale quasi nove milioni di morti e circa venti milioni di feriti. Erano numeri di una guerra così grande che non poteva essere immaginata prima che accadesse.

Neanche tu, nonno avevi immaginato tutto quell’orrore. Eppure lo avevi visto. Lo avevi vissuto quando eri poco più che un bambino e quelle immagini te le saresti portate dentro per tutta la vita come un fardello pesantissimo. Dopo quell’undici novembre eri diventato un reduce. Uno di quelli che ce l’avevano fatta e potevano raccontarlo. Ma tu raccontavi poco… faceva troppo male il ricordo di quegli anni e di quel fango.

Cinquantadue anni dopo la fine della guerra, però, lo Stato ti aveva voluto esprimere “la gratitudine della Nazione” per aver combattuto valorosamente in quel fango regalandoti una croce al merito di guerra e un diploma di Cavaliere di Vittorio Veneto.
Li conservo ancora, insieme alla tua fotografia e al ricordo dello sguardo triste di chi, come te, era stato derubato per sempre della sua giovinezza.

Dulce et Decorum est (1917)

Piegati in due, come vecchi straccioni, sacco in spalla,
le ginocchia ricurve, tossendo come megere, imprecavamo nel fango,
finché volgemmo le spalle all’ossessivo bagliore delle esplosioni
e verso il nostro lontano riposo cominciammo ad arrancare.
Gli uomini marciavano addormentati. Molti, persi gli stivali,
procedevano claudicanti, calzati di sangue. Tutti finirono azzoppati; tutti orbi;
ubriachi di stanchezza; sordi persino al sibilo
di stanche granate che cadevano lontane indietro.

Il GAS! IL GAS! Svelti ragazzi! – Come in estasi annasparono,
infilandosi appena in tempo i goffi elmetti;
ma ci fu uno che continuava a gridare e a inciampare
dimenandosi come in mezzo alle fiamme o alla calce…
Confusamente, attraverso l’oblò di vetro appannato e la densa luce verdastra
come in un mare verde, lo vidi annegare.
In tutti i miei sogni, davanti ai miei occhi smarriti,
si tuffa verso di me, cola giù, soffoca, annega. 

Se in qualche orribile sogno anche tu potessi metterti al passo
dietro il furgone in cui lo scaraventammo,
e guardare i bianchi occhi contorcersi sul suo volto,
il suo volto a penzoloni, come un demonio sazio di peccato;
se solo potessi sentire il sangue, ad ogni sobbalzo,
fuoriuscire gorgogliante dai polmoni guasti di bava,
osceni come il cancro, amari come il rigurgito
di disgustose, incurabili piaghe su lingue innocenti –
amico mio, non ripeteresti con tanto compiaciuto fervore
a fanciulli ansiosi di farsi raccontare gesta disperate,
la vecchia Menzogna: Dulce et decorum est
Pro patria mori. 

[Wilfred Owen – Poesie di guerra – traduzione di Sergio Rufini]

Tamara sulla Bugatti verde

Mi emoziono sempre davanti ai quadri di questa pittrice che amo e che fino agli anni settanta conoscevano in pochissimi (ho fatto una piccola ricerca e su tre enciclopedie dell’arte che possiedo, il suo nome non viene menzionato neppure una volta).
Ho visitato più di una sua mostra e quando l’occasione si presenterà, lo farò di nuovo, per ora mi limito a sfogliare pagine di libri che contengono i suoi dipinti e ogni volta trovo qualche spunto di riflessione nuovo.

Artista famosa nella Parigi bene degli anni venti e trenta, dalla vita movimentata, con un nome strano e difficile da pronunciare, Tamara de Lempicka ebbe persino un incontro… o meglio, uno scontro con Gabriele D’Annunzio.

Un’artista dai contorni incerti.
Ambigua, sicuramente.
Libera, senza ombra di dubbio!
Così la immaginiamo osservando i suoi dipinti per la prima volta.
A metà strada tra il Grande Gatsby e Coco Chanel, Tamara è la donna della Bugatti verde. Una bellezza fredda e irritante, padrona del mezzo che possiede, l’automobile, che non a caso è anche un simbolo dell’emancipazione femminile. Anche se di fatto, una Bugatti, lei non la ebbe mai.

[Autoritratto – Tamara sulla Bugatti verde]
La bella polacca è senz’altro una star del periodo tra le due guerre che amava frequentare il Ritz di Parigi o il Grand Hotel di Monte Carlo, protagonista indiscussa di tutto quello che oggi chiameremmo jet-set.
Tamara sulla Bugatti verde è probabilmente il suo più famoso autoritratto. Ed è proprio il binomio donna-automobile che questa volta mi fa riflettere.

Quale rapporto esiste fra le due?

Osservandola percepisco un desiderio di controllo e di comando, stemperato appena da quel suo atteggiamento fiero ed elegante in perfetta armonia con l’oggetto posseduto: l’automobile, simbolo di virilità e di forza.
Una, vestita da un grande stilista, l’altra, dotata di un marchio di fabbrica prestigioso.
L’atteggiamento di padronanza che Tamara ostenta nel dipinto, mi sembra voler dire: “Con questa faccio tutto ciò che voglio perché possiedo la forza e il potere. Posso farci salire i miei amanti o le mie amanti e condurli verso il piacere, la libertà, ma anche contro un albero. Decido io!”

Eppure… oltre l’apparenza della diva trasgressiva e modaiola, in quegli occhi grigi come l’acciaio avverto una profonda solitudine e tanta malinconia.

Quella donna è veramente libera?

Non lo so. Forse bisogna guardare all’intera sua opera per provare a rispondere. In ogni caso, il dipinto divenne famoso in tutto il mondo, icona della donna moderna e perfetto ritratto del suo tempo.

La ragazza coi guanti, però resta la mia preferita.

[Ragazza coi guanti]
Adoro tutte quelle sue donne eleganti e drappeggiate in pose statuarie, dai colori brillanti come lacche, ricche di contrasti e fascino infinito.

Ma di queste mi riservo di parlarne nei prossimi post.

Quattro passi nel parco

A volte attraversando un parco si fanno incontri simpatici… come questo scoiattolo che passava da un albero all’altro nei giardini di Italia 61 a Torino. Oggi meritava attraversarli, allungare un po’ la strada e fare qualche scatto qua e là al laghetto e al Palazzo a Vela e infine, naturalmente, una piacevole pausa caffè.

Questi giardini circondavano e abbellivano il nuovo quartiere a sud della città di Torino, chiamato appunto “Italia 61” e costruito per celebrare i 100 anni dell’Unità d’Italia.

Sono ancora visibili i piloni della futuristica Monorotaia, i padiglioni adoperati per la Mostra delle Regioni che oggi ospitano il campus dell’ONU, il Palazzo del Lavoro che versa purtroppo in un indecoroso stato di degrado e il Palazzo a Vela che è invece stato ristrutturato in occasione dei giochi olimpici del 2006 e viene oggi utilizzato per manifestazioni sportive e culturali.

📍 Bar Affinity – Via Genova 178 – Torino

Tutto il blu in una tazzina

📍Bar Chiara – Corso Peschiera 311 Torino

Il caffè di questa mattina mi ha regalato una sensazione blu, come un onda… e mi ha fatto tornare in mente un libro che  avevo letto un po’ di anni fa. Così ho ripescato quelle pagine  e ho deciso di condividerle.

Ottimo il caffè e pure la brioche!

Dal cielo al mare, era un’infinita varietà di blu. Per il turista, quello che viene dal nord, dall’est o dall’ovest, il blu è sempre blu. Solo dopo, quando ci si sofferma a guardare il cielo e il mare, ad accarezzare con gli occhi il paesaggio, se ne scoprono altre tonalità: il blu grigio, il blu notte e il blu mare, il blu scuro, il blu lavanda. O il blu melanzana, nelle sere di temporale. Il blu verde. Il blu rame del tramonto, prima del mistral. O quel blu così pallido, quasi bianco.”

[Jean-Claude Izzo – Chourmo Il cuore di Marsiglia]

Un caffè alla Certosa

[Certosa Reale di Collegno – Portale Juvarra]
Questa mattina il sole ha fatto capolino a sorpresa sui colori dell’autunno e io ne ho approfittato per prendere il mio caffè vicino alla Certosa Reale di Collegno e dato che la macchina fotografica era casualmente nello zaino ho fatto anche qualche foto.

📍  Caffè Dream – via Martiri XXX Aprile 21F – Collegno (TO)

Così passeggiando tra foglie accese di giallo e di rosso, scopro che il Portale Juvarra, accesso principale alla Certosa che raffigura una meravigliosa scena dell’Annunciazione, è straordinariamente aperto… e allora mi infilo e comincio a scattare. Gli scorci suggestivi e le complesse prospettive geometriche dei portici non mancano. Procedo fino allo splendido chiostro maggiore circondato dalle sue 112 colonne di pietra senza smettere di provare incanto e stupore.

La Certosa Reale di Collegno è conosciuta grazie alla comicità di Totò ne “Lo smemorato di Collegno”, ma la storia che interessa questo complesso risale molto indietro nel tempo fino a coinvolgere le vicende dell’Ordine dei Certosini e la storia Sabauda. Fu infatti Madama Cristina che consentì nel 1648 di posare la prima pietra. Piú recente invece è la destinazione ad ospedale psichiatrico, avvenuta dopo l’allontanamento dei certosini nella seconda metà dell’ottocento e la creazione del manicomio di Collegno.

Uno dei suoi padiglioni ospita la biblioteca psichiatrica più fornita d’Italia. Oltre seimila volumi che raccontano la storia della psichiatria a completa disposizione di studenti, ricercatori, studiosi e di chiunque sia interessato.

Non c’è che dire… il caffè di oggi è stato una vera sorpresa!

Memoria

Dar forma a una durata è l’esigenza della bellezza, ma è anche quella della memoria. Ciò che è informe è inafferrabile, non memorizzabile.

[La Lentezza – Milan Kundera]

 

Punto di svolta

Il primo sguardo, il primo bacio, la prima notte d’amore, non sono niente in confronto con la prima risata che si fa insieme. È quello il contatto decisivo, il vero punto di svolta. Anche se, beninteso, ciò che pensai allora fu un semplice: simpatico, il Silvera.

[L’amante senza fissa dimora – Fruttero e Lucentini]

Che cos’ho imparato sull’amore

Che cos’ho imparato sull’amore? Quello che ho imparato sull’amore è che l’amore esiste. O forse, più semplicemente, quello che ho imparato e imparo sull’amore è quello che racconto nei miei film, in tutti i miei film. E cioè che non dimentichiamo mai le persone che abbiamo amato, perché rimangono sempre con noi; qualcosa le lega a noi in modo indissolubile, anche se non ci sono più. Ho imparato che ci sono amori impossibili, amori incompiuti, amori che potevano essere e non sono stati. Ho imparato che è meglio una scia bruciante, anche se lascia una cicatrice: meglio l’incendio che un cuore d’inverno. Ho imparato, e in questo ha ragione mia madre, che è possibile amare due persone contemporaneamente. A volte succede: ed è inutile resistere, negare, combattere. Ho imparato che l’amore non è solo sesso: è molto, molto di più. Ho imparato che l’amore non sa né leggere né scrivere. Che nei sentimenti siamo guidati da leggi misteriose, forse il destino o forse un miraggio, comunque qualcosa di imperscrutabile e inspiegabile. Perché, in fondo, non esiste mai un motivo per cui ti innamori. Succede e basta.

[Ferzan Ozpetek – Rosso Istanbul]

Libertà per lo spirito

E io credo in questo: che lo spirito individuale liberamente esplorante sia la cosa più preziosa del mondo. È per questo che io vorrei combattere: la libertà per lo spirito di prendere, senza costrizioni, la direzione che desidera. E contro questo io devo lottare; ogni idea, religione o governo che limita o distrugge l’individuo. […] Lotterò per difendere e conservare la sola cosa che ci differenzia dagli animali che non creano. Se la gloria può essere uccisa, allora siamo perduti.

[La valle dell’Eden – John Steinbeck]

Mancanza

Ma se te ne vai, lasciami almeno qualcosa che sappia di te.
Qualcosa di denso e morbido, come i tuoi occhi neri…