Monna Lisa

“Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo…”
Monna Lisa non aveva mai capito perché quell’incipit fosse diventato così famoso. Perché decidere di leggere un libro che nelle prime due righe ti obbliga a prendere posizione con la certezza che qualunque sia la tua scelta, alla fine non ti piacerà.

L’assunto era sbagliato perché Monna Lisa sapeva benissimo che la felicità non è un contratto a lungo termine, ma assomiglia piuttosto al brivido che vola via e trovava un’inutile perdita di tempo lasciarsi affascinare da capziosi ragionamenti per arrivare a dimostrare la differenza tra ipocrisia e autenticità. La conosceva fin troppo bene quella differenza e sapeva che la parola giusta era “equilibrio”.
Non felicità, ma equilibrio sopra la follia.

Per questa ragione aveva, da tempo, scelto di indossare il più imperturbabile ed enigmatico dei suoi sorrisi. Il “Monna Lisa”, per l’appunto e impedire in questo modo a chiunque di modificare quello stato di quiete che aveva raggiunto con grande fatica. Era un sorriso zen, levigato, collaudato che si adattava a tutte le circostanze, che non faceva passare niente se non il tempo. Un sorriso che la difendeva, che la proteggeva, che manteneva le distanze. Era un sorriso fermo. Imperscrutabile.
Definitivo.

Ogni tanto, quando aveva bisogno di un po’ di leggerezza, saliva in soffitta, dove conservava in gran segreto, i suoi tesori più preziosi. Apriva il baule dei sorrisi dimenticati, in apnea e col sedere per aria, rovistava lì dentro per qualche minuto.

“Toh, guarda cosa ho trovato!” esclamava con gioia “il Morgana!” Lo tirava fuori, se lo provava davanti allo specchio e tornava a sentirsi la fata di un tempo. O la strega.
Era stato uno dei suoi cavalli di battaglia. Con quello aveva trasformato schiere di principi azzurri, lilla e perfino arcobaleno, in rospi e pangolini. Prima rospi e poi pangolini. A volte anche al contrario.
E ai principi piaceva da morire passare da un animale all’altro. Tornavano bambini e si divertivano come andare sulla giostra. Finché la testa non girava troppo e ubriachi di incantesimi, tornavano nel loro castello da Mulino Bianco dove tutto era perfetto e le streghe stavano fuori. Che nostalgia il “Morgana”…

Lo piegava con cura, lo riponeva nel baule e tornava a cercare.
Et voilà un purpureo “Jessica Rabbit” usato pochissimo. Lo aveva quasi dimenticato. Eppure era stata benissimo dentro quel sorriso. Il suo coniglio la faceva ridere, non solo sorridere e poco importava se quell’eccesso di curve sollecitava sguardi lascivi nel suo décolleté… lei non era cattiva, la disegnavano così.
Le andava un po’ stretto, ora, quel sorriso. Perciò tornava a tuffarsi nel baule per cercarne uno più comodo.

Il “Mompracem”. Eccolo qui! Era sicura di non averlo buttato via. Questo sì che le stava ancora bene addosso. Una limatina agli artigli, una spazzolata al pelo e poteva tranquillamente spostarlo dal baule al guardaroba. Non sapeva quando avrebbe avuto l’occasione di sfoggiarlo di nuovo, ma sapeva che sarebbe accaduto. Meglio essere pronta.

E infine il suo preferito. Quello che andava usato con grande cautela: il “Lucy van Pelt”. Amava quel sorriso, ma indossarlo le era costato caro un paio di volte. Cinico e sarcastico al punto giusto e perfetto per togliere il pallone da football a chiunque stesse per calciarlo e farlo rotolare giù dalla collinetta. Peccato solo per quella sfumatura romantica che la vedeva innamorata di un pianista che a lei preferiva Beethoven.

No. Anna Karenina poteva aspettare ancora. C’erano storie da leggere molto più accattivanti nel suo baule!