Cipria e caffè

Vado a lavarmi le mani. Mi verso un po’ di sapone liquido sui palmi, un sapone delicato alla rosa. Tutto a casa mia odora di cipria rosa, le candele, il mio profumo, la biancheria, il tè, i dolcetti che intingo nel caffè.

[Valérie Perrin – Cambiare l’acqua ai fiori]

Je t’aime… moi non plus

Lui non l’ho mai visto. Ha un leggero accento, c’è qualcosa di mediterraneo nel suo modo di calcare le parole. È molto bruno, così bruno che i rari capelli bianchi spiccano nel disordine di quelli neri. Ha il naso grosso, le labbra carnose e le borse sotto gli occhi. Somiglia un po’ a Gainsbourg. Si capisce che ha litigato col rasoio, ma non con la grazia. Ha belle mani, dita lunghe. Beve il caffè bollente a piccoli sorsi, ci soffia sopra e si riscalda le mani sulla porcellana della tazza

[Valérie Perrin – Cambiare l’acqua ai fiori]

Soltanto un arrivederci

«Non vorrà mica andarsene senza salutarmi!».
«Se ti salutassi, Violette, non partirei. Ti immagini noi due che ci abbracciamo sul marciapiede di un binario? Perché andare a cercarsi l’insopportabile? Abbiamo già dato abbastanza, non ti pare?”

[Valérie Perrin – Cambiare l’acqua ai fiori]

Ci sono pagine di libri che ti centrano come un treno in corsa.
Con poche parole, semplici ed efficaci spiegano quello che hai sempre sentito dentro senza sapere quale forma dargli, quale bordo, quale limite.

Oggi è successo di nuovo.

Da sempre detesto gli addii e da sempre ne soffro.
Come fare, dunque?

Quando ero piccola, piuttosto di salutare qualcuno per sempre, mi andavo a nascondere e puntualmente venivo rimproverata di maleducazione. Quando ero piccola, la misura del tempo era decisamente più dilatata e “per sempre” poteva significare anche solo qualche mese, qualche settimana, ma era comunque insopportabile e io scappavo.

Con gli anni ho imparato a restare. A mistificare i sentimenti. A sorridere, anche. Ma quello che si spezza dentro durante un addio ti cambia definitivamente. Dopo un addio sei altro, perché hai superato un limite: quello della sopportazione al dolore. Acquisisci la consapevolezza di poter sopravvivere anche con un pezzetto di meno, ma la fatica esistenziale cresce di una spanna.
Perciò ho imparato a salutare sempre con un “arrivederci” anche quando intimamente so che non sarà così, perché mi piace pensare che in qualche luogo, in qualche tempo… in qualche dimensione parallela, ci ritroveremo ancora.

La soluzione che trovano i protagonisti nel romanzo della Perrin è molto simile: decidono di salutarsi tutti i giorni con un arrivederci, ma come se fosse l’ultima volta e proseguono per tutto un inverno. Quasi per creare un’abitudine al distacco così che, quando arriverà davvero, saranno pronti.